Il Museo della stampa e Jacopo da Fivizzano

Danica aveva conosciuto Enrico il custode del museo della stampa qualche giorno prima e fra i due c’era stata subito empatia. Vediamo ora il meraviglioso museo e l’incontro con Enrico.

Tratto da L’angelo del male – Il risveglio

Danica raggiunse il Museo della Stampa dove, nei giorni precedenti, aveva fatto amicizia col custode. L’edificio sorgeva in via Labindo, nei pressi della Porta Sarzanese. Di fronte ai suoi occhi, apparve l’immenso palazzo con il portale sovrastato da un balcone in pietra serena e dei finestroni che lasciavano filtrare i raggi solari. Si avvicinò all’ingresso dove campeggiava una grande targa bronzea: Museo della stampa Jacopo da Fivizzano. Palazzo Fantoni Bononi.

Danica era rimasta affascinata da quel luogo, che profumava di polvere e inchiostro.

Al piano terra l’attendeva la Stanza di Labindo affrescata con motivi neoclassici, la Stanza della Giustizia e la Sala Rossa, così chiamata per il colore dell’antica tappezzeria in seta che una volta ornava le pareti. Al piano nobile, invece, si apriva una grande sala affrescata con motivi neoclassici e due grandi paesaggi ispirati all’arcadia, un luogo dove si svolgeva una vita idilliaca, lontana dalla realtà.

Il Museo era dedicato all’opera di Jacopo da Fivizzano, pioniere della stampa moderna a caratteri mobili, uno dei primi stampatori al mondo. Era un omaggio e un viaggio nella storia del borgo, lasciato in eredità ai propri concittadini da due illustri fivizzanesi, i fratelli Bononi.

Perché un Museo della Stampa a Fivizzano?

Il Museo della Stampa è un omaggio e un viaggio nella storia di Fivizzano, un’esposizione permanente dei primi libri stampati in Italia. Fra questi alcuni incunaboli realizzati a Fivizzano e a Venezia dallo stampatore Jacopo di Fivizzano ai primordi della stampa a caratteri mobili. La fisionomia dello stampatore da Fivizzano, quale si può desumere dal carattere tipografico delle sue prime opere è quella di un pioniere, un lavorante di una delle prime stamperie veneziane. Il carattere tipografico impiegato da Jacopo da Fivizzano per la stampa dei suoi primi cinque incunaboli proviene direttamente dall’officina di Clemente da Padova, considerato il primo stampatore italiano per definizione.

Il Maestro di Jacopo – Clemente da Padova

Una pressa come quella utilizzata da Gutenberg fu impiantata a Venezia nel 1469, dove operò il primo stampatore italiano, Clemente da Padova, un sacerdote veneto.
Venezia era la città ideale per lo sviluppo della stampa. Collocata in una posizione geografica propizia, con una sfera culturale elevata, era favorita anche dalla vicinanza dell’Università di Padova e da una legislazione favorevole alle novità imprenditoriali.
Clemente era un uomo erudito, colto, perspicace e dotato di una straordinaria capacità manuale. Le notizie su di lui sono poche, ma essenziali, e ci provengono da varie fonti, dalle quali apprendiamo che negli anni intorno al 1446 aveva lavorato a Lucca come miniaturista.
In uno dei documenti in cui compare il suo nome possiamo leggere che aveva “inventato l’arte di stampare libri”, era scritto su un decreto di un magistrato lucchese, datato 27 ottobre 1470. Nel testo possiamo leggere che Clemente fu il primo italiano a esercitare l’arte di comporre libri con caratteri tipografici. Il sacerdote era stato invitato a trasferirsi a Lucca per continuare la sua arte e insegnarla pubblicamente a chi la volesse imparare. A Lucca sarebbe stato stipendiato con 2 fiorini al mese.
Non sappiamo il perché, ma Clemente rifiutò l’invito e non fece ritorno nella città dove era stato anni prima per insegnare a decorare manoscritti.
In una successiva lettera, Clemente scrisse che avrebbe avuto piacere di tornare a Lucca e, essendosi liberato dagli impegni precedenti, era disposto a stabilirsi nella città.
Ma dopo quella lettera di lui non si seppe più nulla, risucchiato dal gorgo dell’oblio.
Ritroviamo invece la sua officina tipografica, in fervida attività a Fivizzano, nelle mani di un suo discepolo, tal Jacopo, che nel territorio lunigianese aveva iniziato a stampar libri perlomeno dal 1471 e fino a tutto il 1474.
Prima di parlare di Jacopo da Fivizzano facciamo un piccolo passo indietro per conoscere il primo in assoluto ad aver inventato la stampa a caratteri mobili.

Gutenberg l’inventore della stampa a caratteri mobili

Ha conquistato il mondo con un esercito di soli 26 soldati di piombo, e non sto parlando di un grande generale né di un valoroso combattente o di un eroe, ma dell’inventore della stampa a caratteri mobili.
Nella storia dell’essere umano sono tre i momenti epocali che hanno impresso un’accelerazione alla nostra civilizzazione: l’invenzione della scrittura, quella della stampa a caratteri mobili e quella dell’informatica.
Prima dell’invenzione della stampa, ogni libro, codice o rotolo era scritto a mano dagli amanuensi. Un lavoro lungo, paziente, faticoso e molte volte imperfetto.
La stampa ha quindi rivoluzionato la vita dell’essere umano, una rivoluzione avviata da una figura misteriosa, su cui abbiamo poche informazioni.
Quell’uomo è conosciuto col nome di Gutenberg.

Un uomo misterioso

In pochi sanno che questo non è il suo vero nome, il proto-tipografo si chiamava Johann Gensfleisch zur Laden, conosciuto come Gutenberg dal nome della casa di Magonza (Höfe zum Gutenberg) dove era nato.
Di lui, non sappiamo l’anno di nascita preciso, che oscilla tra il 1394 e il 1399.
Non esistono ritratti eseguiti quando era in vita, quindi non conosciamo i veri lineamenti del suo volto. L’incisione del mezzobusto, che troviamo comunemente nei libri, è stata fatta da Andrè Thevet circa 100 anni dopo la sua morte, quindi è poco attendibile.
Dell’infanzia e della giovinezza non abbiamo alcun dato, neanche un cenno.
Inoltre, nessun incunabulo uscito dalla sua tipografia porta la sua firma o il suo nome.

Gutenberg viveva a Magonza, una piccola ma importante cittadina, in quanto governata da un arcivescovo, uno dei sette principi elettori dell’imperatore.
Johann era cresciuto in una famiglia benestante che aveva proprietà terriere, attività tessili e incarichi nell’amministrazione municipale. Suo padre era stato un importante commerciante che aveva collaborato alla gestione della zecca cittadina.
Poco però sappiamo dell’educazione e degli interessi del ragazzo, che probabilmente aveva imparato il mestiere dell’orafo grazie al buon nome della famiglia. Secondo un documento dell’epoca, fu uno dei cittadini espulsi da Magonza nel 1429 a causa di disordini politici, forse per una questione relativa al pagamento delle tasse.
Fu per questo che si trasferì a Strasburgo.
Qui continuò a fare l’orafo, distinguendosi per bravura e per spirito imprenditoriale. Fu proprio in questa città che iniziò a effettuare i suoi esperimenti segreti che lo avrebbero fatto ricordare nei libri di storia.

Perché agiva in segreto?

In quel tempo non esistevano i brevetti e una tecnologia nuova poteva essere copiata da chiunque.
Inoltre era un’epoca di indovini, maghi, superstizioni e qualsiasi innovazione poteva far nascere il sospetto di essere in combutta col diavolo, con il rischio di finire arrostito sul rogo. Di fatti moltiplicare centinaia di volte il termine Dio con l’utilizzo di dispostivi meccanici poteva essere ritenuto blasfemia dai più ortodossi.
Gutenberg era un perfezionista e, per raggiungere risultati soddisfacenti, fece esperimenti molto costosi. Utilizzò metalli e leghe diverse per testare la loro resistenza a temperature elevate; provò inoltre diversi tipi di carta e pergamena e sperimentò vari inchiostri.
La stampa non doveva solo essere veloce ma anche graficamente perfetta.

Il ritorno a Magonza

Fu solo dopo il suo ritorno a Magonza, nel 1448, che ottenne risultati di rilievo.
La tecnica tipografica di Gutenberg consisteva nell’allineare i singoli caratteri in modo da formare una pagina che era cosparsa di inchiostro e pressata con un torchio sopra un foglio di carta.
Il metodo di stampa di Gutenberg si rivelò di gran lunga il migliore e in pochi decenni si diffuse in tutta Europa: Colonia 1466, Roma1467, Venezia 1469, Parigi 1470, Londra 1477.
Con questo procedimento i testi potevano essere pubblicati più velocemente e a un minor costo.
La stampa a caratteri mobili fu l’elemento principale che accelerò l’alfabetizzazione di massa del vecchio continente.
Rientrato a Magonza, Gutenberg trovò l’appoggio di Johannes Fust. L’uomo gli elargì un copioso finanziamento, permettendogli di avviare il suo progetto più ambizioso: la stampa della Bibbia, che sarebbe stato il primo incunabolo della storia
Il termine incunabolo fu usato la prima volta da Bernard von Mallinckrodt, in un trattato sull’arte tipografica, stampato a Colonia nel 1639. Questo vocabolo deriva dalla parola latina che significa fasce, probabilmente stava a indicare che quei testi coincidevano con l’infanzia della tipografia.
Tra il 1450 e il 1452, Fust aveva prestato al socio 1600 fiorini, una somma enorme (a quell’epoca gli avrebbe permesso di acquistare una ventina di case) che permise a Gutenberg di perfezionare gli strumenti di lavoro.
La stampa della Bibbia in 180 copie fu un grande successo, ma per ottenere quel risultato, Gutenberg dovette circondarsi di una ventina di collaboratori, tra i quali anche l’abile incisore Peter Schöffer, con costi sempre più alti che contribuirono ad esaurire i fondi del finanziamento.
Mentre stava ultimando la sua opera, Fust accusò Gutenberg di sperperare i fondi a causa del suo esagerato perfezionismo e di utilizzare i fiorini per obiettivi secondari di cui non era stato informato. Per questo chiese la restituzione del prestito.

L’inizio dei guai
Per Gutenberg fu l’inizio dei guai.
Non riuscendo a restituire quanto ricevuto, perse tutto ciò che aveva messo come garanzia: macchinari, attrezzature e tutte le entrate relative alla vendita della Bibbia. Estromesso Gutenberg, Fust costituì una società con l’incisore Schöffer: la nuova ditta ebbe un successo enorme, diventando la prima tipografia redditizia.
Ripresosi dal colpo basso e con i pochi fondi rimastigli, Gutenberg aprì una sua tipografia, senza però ottenere la qualità tipografica della Bibbia.
Ma nel 1462, a Magonza, scoppiarono nuovi disordini, causati dalla rivalità tra due arcivescovi che si contendevano l’investitura. Questi scontri distrussero la città, compreso il laboratorio di Gutenberg, che cadde in una disperata povertà.
L’ingegnoso uomo visse gli ultimi anni di vita rinunciando al suo sogno e, non finì tra gli emarginati, solo grazie a una piccola pensione concessagli dal nuovo padrone di Magonza.
Gutenberg morì nel 1468 ma nessuno si accorse della sua dipartita. Era ritornato ad essere una figura anonima, come quando era giovane, ma la storia si sarebbe ben presto ricordata di lui.
Fu la sua invenzione a conquistare il mondo con i 26 soldati di piombo.

Torniamo in Lunigiana per conoscere il nostro stampatore Jacopo da Fivizzano

Nel 1471 sorse a Fivizzano una delle prime stamperie del mondo, dove si stampavano libri con caratteri tipografici italiani. Questo fu probabilmente dovuto al connubio tra Clemente e Jacopo, come evidenziano i caratteri tipografici usati a Fivizzano, uguali in tutto e per tutto a quelli utilizzati da Clemente a Venezia.
D’altronde è lo stesso Jacopo a riferire nel colophon del Giovenale di aver imparato l’arte a Venezia.
Ma chi era questo illustre stampatore fivizzanese?
Jacopo da Fivizzano era discepolo o collaboratore di Clemente, probabilmente si erano conosciuti quando il sacerdote padovano faceva il miniaturista nella città di Lucca, dalla quale Fivizzano dipendeva.
Anche per Jacopo, come per Gutenberg, le informazioni che abbiano sono misere.

Comites in amore benigni

La sua identità è incerta, così come quella dei suoi collaboratori, Battista e Alessandro, definiti in un colophon (breve testo che riporta informazioni riguardo la produzione di una pubblicazione) Comites in amore benigni, una frase che ancora oggi non ha trovato risposta in documenti ufficiali (per quanto riguarda i collaboratori di Jacopo, la mia visione è diversa da quella ufficiale).
Una prima ipotesi era stata formulata dall’abate Emanuelle Gerini, che aveva tradotto la parola comites con quella di Conte ed era riuscito a collegare questa informazione alla famiglia Onorati, famiglia nobile del fivizzanese. Lo studioso ci informa che Giacomo, Battista e Alessandro erano tre fratelli della famiglia Onorati. Costoro non avrebbe intrapreso l’arte per il vile guadagno bensì per amore della cultura.
Queste informazioni risolvono il mistero di Jacopo e dei suoi comites?
Purtroppo no, non c’è nessun documento che suffraghi questa ipotesi. Anche se è attestato che nel XIV e XV secolo, nel fivizzanese esisteva una famiglia Onorati, Conti del Sacro Palazzo Lateranense e che tale famiglia godesse del diritto di trasmettere il privilegio e l’autorità ai discendenti maschi, niente però fa presagire che costoro fossero gli stampatori di Fivizzano.
Di fatti l’unico documento sul quale possiamo fare riferimento per conoscere meglio Jacopo è il colophon del Virgilio, testo stampato a Fivizzano intorno al 1472:

Jacobus existens primus: baptista sacerdos
Atque allexander comites in amore benigni

Solitamente, questo testo è così tradotto:

Jacopo primogenito, il prete Battista
e Alessandro, compagni affettuosi in amicizia

Un’altra possibile traduzione potrebbe essere:

Jacopo primogenito, sacerdote battezzatore
e Alessandro, compagni affettuosi in amicizia

A differenza della maggioranza degli studiosi, propendo per la seconda ipotesi. A mio avviso erano due le persone addette alla stampa e la parola battista non era riferita a un nome, ma indicava una specifica del sacerdote Jacopo.
Tenete presente che non si può far riferimento alle lettere maiuscole dei nomi che leggiamo nel colophon, in quanto tutti i nomi propri, tranne quelli all’inizio dei capoversi, erano scritti con lettere minuscole.
Il fatto che anche Clemente fosse un sacerdote, avvalora l’ipotesi che un suo collaboratore o discepolo fosse anch’egli un membro del clero.
Nessuno però può averne certezza, e così una delle figure principali nel diffondere in Italia la stampa, il Gutenberg toscano, resta avvolto da una fitta coltre di mistero.
Ma cosa sappiamo di questo uomo così ingegnoso?
L’attività tipografica di Jacopo si distingue in due periodi: quello fivizzanese (1471-1474) e quello veneziano (1476-1477)
Del primo periodo sappiamo che solo due incunaboli riportano la firma dello stampatore e sono nel Giovenale e nel Virgilio del 1472. Gli atri, il Cicerone 1472, il Cornazzano 1473, il Sallustio 1474 sono attribuiti allo stesso Jacopo anche se non riportano la sua firma.
Anche per il secondo periodo si hanno solo due incunaboli firmati, le due opere di Cicerone: il De Officiis e le Epistulae ad familiares, entrambi del 1477.
Altri quattro incunaboli sono Attribuiti a Jacopo: il Priscianus, 1476, il Perottus 1476, lo Scotus e il Colatius 1477.
In totale quindi gli incunaboli stampati da Jacopo sono undici e questo lo fa emergere come figura centrale di questo periodo storico.
L’altra informazione che abbiamo è che Jacopo dovette lasciare la Lunigiana e tornare a Venezia a causa dei delitti commessi, ma nessuno sa di quali delitti si trattasse.
Sappiamo, inoltre, che già dal 1475 era tornato a Venezia, dove continuò a stampare almeno fino al 1477, dopodiché sparirà senza lasciar traccia condividendo così, fino alla fine, la sorte del suo collega tedesco, Gutenberg.
Ma è solo grazie a uomini come loro che la civiltà avanza.
L’Atene di Lunigiana, come era stata ribattezzata Fivizzano per la sua cultura, può quindi vantarsi di esser stata madre e culla di un uomo straordinario.
Oggi quell’uomo ingegnoso è ricordato nel Museo della Stampa di Fivizzano, un luogo della memoria, della storia, dove sono custodite le nostre radici. Il Museo della Stampa si trova nel Palazzo Fantoni della Corona che sorge nel centro storico di Fivizzano, in un’area compresa tra le mura medievali e quelle edificate da Cosimo I de’ Medici
Il reperimento sul mercato antiquario di un incunabolo di Jacopo costituisce un evento memorabile. I suoi libri sono molto rari sia per l’esigua tiratura, sia per la perdita di esemplari causata dai tragici eventi storici che coinvolsero Fivizzano negli anni immediatamente successivi all’introduzione della stampa.

Torniamo al Museo della Stampa

La sede museale diventa un punto di riferimento per gli appassionati della Cultura perché, documenta le grandi ragioni per cui Fivizzano è una vera “capitale” del libro e della stampa, cioè della comunicazione scritta e quindi in sintesi della parola, nell’era del computer.
Oltre a omaggiare Jacopo da Fivizzano, il Museo documenta l’invenzione, ad opera del fivizzanese Agostino Fantoni, di una antesignana macchina scrivente capace di stampare come fa una moderna macchina per scrivere.

È documentata anche l’eccezionale opera di Emanuele Maucci, lunigianese, che realizzò una propria casa editoriale a Barcellona con filiali in Messico e Argentina giungendo a stampare fino a 25.000 libri alla settimana, diffondendo in tutta l’America Latina la letteratura e la cultura europea.
Una tipografia storica ricomposta, che ricorda la gloriosa Tipografia Bartoli & C., che operò in Fivizzano per decenni nel secolo XIX, è un ulteriore testimonianza dello straordinario contributo dato da Fivizzano alla comunicazione scritta.
Queste e altre testimonianze sono presenti nel Museo della Stampa di Fivizzano che rappresenta ancora oggi, in piena era digitale, tra i luoghi più nascosti ed intatti d’Italia, non solo un inno alle radici, al passato, alla storia, ma davvero un’appassionante sfida per salvare, valorizzare, concretizzare la virtù del libro, reale, fisico, infinito.

Il percorso museale

Al piano terreno – Prima e seconda sala del Palazzo Fantoni Bononi
Qui si può prendere visione degli incunaboli, ovvero i libri stampati nella seconda metà del Quattrocento che venivano poi ultimati e decorati a mano (disegni e capilettere). Sono esposte iconografie d’epoca, strumenti in legno originali dell’attività di stamperia (torchi, presse, morsetti);
Nella terza sala, è ricostruita fedelmente e dotata di tutti i macchinari e la componentistica necessaria, un’antica officina di tipografia. Sono esposti i caratteri mobili in piombo che caratterizzarono l’attività di Jacopo da Fivizzano e quelli in legno usati prima dell’adozione di quelli in lega.
La quarta sala, è la stanza suggestiva e storicamente simbolica dove nacque e morì il poeta Giovanni Fantoni, che nel movimento letterario di Arcadia prese il nome di “Labindo Arsinoetico”.
Nella stanza sono anche visibili numerose odi e poesie di Labindo e l’originale di una lettera scrittagli dall’Alfieri nel 1792 a Firenze dove è testimoniata la sua ammirazione per l’operato del poeta fivizzanese.
Nella quinta sala sono esposti molti volumi stampati a Barcellona da Emanuele Maucci, originario di Piana di Parana di Mulazzo in Lunigiana.
La sesta sala raccoglie in sintesi visiva l’evoluzione della scrittura con l’esposizione di numerose e diverse macchine da scrivere storiche: dalle prime manuali e meccaniche alle “evolute” telescriventi, passando per modelli mitici come la “lettera 22” della Olivetti, e arrivare ai primi personal computer degli ultimi decenni del secolo scorso.
In questa sala è descritta la genesi di una macchina scrivente inventata nel 1802 da Agostino Fantoni, e fu la prima a stampare come una moderna macchina scrivente, invenzione che fu poi perfezionata in seguito Pellegrino Turri nel 1808. Tale macchina innovativa e rivoluzionaria fu ideata e creata da Agostino Fantoni per dare la possibilità di scrivere alla sorella, Anna Carolina Fantoni, che nel corso della sua vita stava divenendo cieca. Tale marchingegno può considerarsi un antesignano del metodo Braille. Le copie delle lettere che la ragazza scrisse attraverso questo strumento sono esposte nel museo della Stampa, mentre gli originali sono custoditi nell’Archivio di Stato di Massa e Reggio Emilia.
Al Primo Piano del Palazzo Fantoni Bononi
Da visitare le stanze e il salone d’onore del palazzo, ove il 6 Luglio del 1848, il Granduca di Toscana Leopoldo II elevò la Terra di Fivizzano al rango di Città Nobile.
Al Secondo Piano del Palazzo Fantoni Bononi
È possibile far conoscenza della storica sede di un libero centro di cultura denominato: cinquecentesca “Accademia degli Imperfetti”. Come da statuto e tradizione secolare, l’Accademia quale principale fine delle proprie attività, ricerca l’accrescimento delle proprie conoscenze, partendo dal concetto di consapevolezza dell’imperfezione che accomuna il genere umano.

Ma conosciamo l’uomo Jacopo da Fivizzano. Come dite? Non è possibile? Sbagliato. Attraverso la macchina del tempo chiamata scrittura vi porterò da lui.

Tratto da L’angelo del male – Il risveglio


Le ombre proiettate sulla strada strisciavano tra le pieghe del terreno come bisce sguscianti. Sentì in lontananza il suono delle campane e fece un sorriso, il paese era vicino, mancava poco alla meta. Folate di vento investivano quel frate incappucciato che camminava appoggiandosi a un grande bastone. Sferzate violente lo facevano rabbrividire dentro quel saio più grande di almeno una misura. Aveva bisogno di coricarsi e di mettere qualcosa di caldo nello stomaco, quindi accelerò il passo. Fu allora che vide le mura di Fivizzano ergersi davanti ai suoi occhi, rosseggiavano agli ultimi raggi del sole. Quando oltrepassò la porta della cinta muraria, l’imbrunire aveva già ingaggiato la sua battaglia contro il giorno.
Il frate era diretto verso la casa dello stampatore. Avvicinatosi al centro del borgo, riconobbe la tipografia dove viveva Jacopo, sulla porta d’ingresso campeggiava un frontone in arenaria con l’emblema di un libro. Bussò e poco dopo gli fu aperto. Jacopo lo stava aspettando trepidante.
Quando varcò l’uscio, il frate abbassò il cappuccio mostrando un volto provato ma sorridente. Jacopo lo studiò con discrezione: naso aquilino, occhi piccoli come fessure e tonsura canuta dal tempo.
«Benvenuto Goran. Spero il viaggio non sia stato disagevole» esordì il padrone di casa.
«Stare a Venezia sarebbe stato più comodo» asserì l’ospite accennando un piccolo sorriso «ma sicuramente anche meno producente.»
«Prima di farti accomodare, però devo chiederti di mostrarmi la patente del pellegrino. Scusami ma con i tempi che corrono è meglio tutelarsi. Faremo presto, è solo una formalità»
Il silenzio calò nella stanza come il gelo invernale.
Goran mosse lentamente una mano, facendola sparire sotto il saio.
Jacopo, nel vedere quel gesto, immaginò di veder spuntare la lama di un coltello e si allontanò da lui.
Con fare pacato, l’ospite estrasse la patente e gliela mostrò.
A quel punto Jacopo si rilassò, non era un impostore, ma l’uomo che aspettava.
«Goran di Pelak, sei il benvenuto.»
Il frate tese la mano e Jacopo la strinse con vigore. «Conosco bene l’importanza del tuo ruolo per la difesa della cristianità, quella vera, non quella papale.»
Mentre si guardava attorno per studiare l’ambiente, Goran annuì soddisfatto per quella precisazione. Le pareti erano ricoperte da scaffali con molti rotoli di pergamena. Per il resto l’arredamento consisteva in qualche sedia, un tavolo e una madia. Nella parete di fronte all’entrata si ergeva un grande camino col fuoco acceso, e si diresse lì per scaldarsi.
«Sì, Jacopo, purtroppo anche il Papa ha da tempo abbandonato la retta via, per questo mi è stato assegnato il compito di trovare il Graal. È l’unica cosa che può risolvere questa situazione intricata e risollevare le sorti della Chiesa. Ma ecco qua! Ti ho portato quello che cercavi.»
Goran aprì la bisaccia di pelle logora ed estrasse una pergamena arrotolata. A Jacopo s’illuminarono gli occhi: era il testo che bramava da sempre. Lo prese con attenzione, e quando l’ebbe stretto tra le mani, s’inginocchio come fosse di fronte al corpo di Cristo.
«Come hai fatto ad entrarne in possesso?»

Per capire di che testo si tratta e di come Goran ne è entrato in possesso vi rimando al romanzo, non resterete delusi. Prossima tappa il borgo di Sassalbo sempre nel comune di Fivizzano

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