Beatrice

Beatrice Portinari, detta Bice, coniugata de’ Bardi (Firenze, 1265/66 – Firenze, 8 giugno 1290), è, secondo alcuni critici letterari, la donna che Dante trasfigura nel personaggio di Beatrice, musa e ispiratrice del poeta. Morì a soli ventiquattro anni, causando in Dante una profonda crisi.

tratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Beatrice_Portinari

MA CHI ERA VERAMENTE BEATRICE?

A scuola ci hanno insegnato che Dante, a nove anni, si era innamorato di una bambina con il vestitino rosso che aveva all’incirca la sua età, si chiamava Beatrice.
Ma chi era questa bambina?
Sono molte le fonti ortodosse che spiegano chi fosse. Utilizzerò una delle più conosciute, l’Enciclopedia Treccani.
Per la famosa Enciclopedia, la donna cantata da Dante sarebbe la figlia di Folco Portinari, una bambina che abitava vicino alla casa degli Alighieri, andata sposa in anno non precisabile a Simone de’ Bardi e morta l’8 giugno 1290. La Treccani continua sostenendo che generalmente l’esistenza storica di Beatrice è accettata dagli studiosi e da molte persone vicine a Dante, tra le quali anche Pietro, figlio del poeta.
In realtà, nel caso di Pietro c’è una chiara forzatura della fonte. L’Enciclopedia dà per certa una cosa che in realtà non è tale. Dopo la morte di Dante, suo figlio Pietro, infatti, si limitò a osservare che al tempo del padre era effettivamente vissuta a Firenze una donna di nome Beatrice. Per la precisione riporto le sue testuali parole: “Realmente una signora di nome Beatrice, molto insigne per costumi e bellezza, visse al tempo dell’Autore nella città di Firenze, nata nella casa di alcuni cittadini fiorentini che si chiamano Portinari.”
Le cose, quindi, sono diverse da quanto affermato nel testo dell’Enciclopedia. Pietro non ha mai detto che Beatrice fosse Bice Portinari. Non osò fare tanto.
Per sviscerare questo tema devo ora introdurre un elemento che non si studia a scuola. Vi parlerò di una confraternita considerata tabù da svariati secoli, i Fedeli d’Amore.
Chi erano?
Per rispondere alla domanda farò riferimento agli studi di Renzo Manetti, scrittore, architetto, professore ordinario dell’Accademia delle Arti del Disegno, che si occupa da oltre venti anni di iconologia e simbolismo. Nel testo Dante e i fedeli d’Amore, l’autore sostiene che solo un intollerabile pregiudizio può negare l’esistenza di una fratellanza che si riconosceva nella mistica dell’Amore. L’autore sostiene che molte canzoni e sonetti non sono semplici poesie, ma comunicazioni, missive che i Fedeli si scambiavano, utilizzando un codice che sottintendeva significati diversi da quelli letterali. Era un codice fatto di allegorie, allusioni, il cui senso, nella maggior parte dei casi, ci sfugge, perché era fatto per essere compreso solo da chi ne possedeva la chiave.
Anche Luigi Valli riteneva che i Fedeli d’Amore costituissero una setta esoterica e iniziatica, che avrebbe usato un linguaggio segreto per la corrispondenza in versi fra i suoi membri che comprendevano la maggior parte degli appartenenti al Dolce Stil Novo. Valli, discepolo e amico di Giovanni Pascoli, fu docente di letteratura, morto prematuramente poco dopo aver pubblicamente, nel 1928, un’opera dal titolo emblematico Il linguaggio segreto di Dante e dei Fedeli d’Amore. Il suo testo su Dante, benché accolto con fastidio e supponenza dalla critica accademica, come del resto anche quello dello stesso Pascoli, presenta ancora pagine illuminanti e difficilmente confutabili.
Il termine che usiamo per indicare questa fratellanza, Fedeli d’Amore, non è stato, però, inventato da Luigi Valli, bensì utilizzato diverse volte dallo stesso Dante, nella Vita Nuova, l’opera in cui ci racconta il suo amore per Beatrice. Proprio in quelle pagine si rivolge ai Fedeli d’Amore come ai soli in grado di comprendere quello che ha scritto. Dante fa capire con insistenza che i suoi versi non sono indirizzati a tutti, per questo usa molte volte espressioni del tipo come appare a chi lo intende. Già nei versi della Vita Nuova si nasconde dunque un significato allegorico dietro quello letterale. Il che fa comprendere come questa non sia la storia di un amore terreno, tanto meno di un amore romantico, ma di un’opera esoterica.
Parto da questi studi per sostenere che Beatrice non è mai esistita in carne e ossa, e questo sarà anche la tesi del mio prossimo libro che uscirà nei primi mesi del 2022.
Nell’abbinare Beatrice a Bice, gli studiosi hanno tratto le loro conclusioni senza tener conto di quello che Dante ha scritto nelle sue opere.
I primi commentatori del Sommo Poeta conoscevano solo una Beatrice, simbolica, allegorica. Anche il figlio di Dante, Jacopo Alighieri, sosteneva questo. Solo dopo la morte del Sommo Poeta si cominciò a vedere Beatrice come una donna in carne e ossa. Il primo a sostenerlo fu il segretario di stato bolognese ser Graziolo de’ Bambaglioli in un suo commento all’Inferno. Come ho già detto in precedenza, solo alcuni anni dopo, un altro figlio di Dante, Pietro, si limitò a osservare che al tempo di suo padre era per davvero esistita una donna con questo nome, la figlia di Folco Portinari.
Fu Boccaccio il primo a sostenere che Beatrice fosse proprio Bice, nella sua Vita di Dante.
E perché lo fece?
Semplice, per depistare chi leggeva. Anche Boccaccio, infatti, faceva parte della confraternita dei Fedeli d’Amore e cercò di nascondere chi fosse per davvero la donna racchiusa nel cuore di Dante. Tutti i poeti di quell’epoca avevano una donna angelo, una donna che rappresentava la loro anima. Solo scavando dentro di sé l’essere umano poteva trovare il vero amore, quello che lo poteva condurre a Dio.


E perché dovevano nascondere questa ricerca che li avrebbe condotti a incontrare la propria anima?
Perché sarebbero stati considerati eretici!
Secondo questa visione, infatti, per incontrare Dio bisognava leggere nel proprio cuore, solo così si poteva trovare l’anima, la scintilla divina che appartiene a ognuno di noi. Questo, però, avrebbe reso inutile l’esistenza della Chiesa, dei parroci, dei vescovi e anche dello stesso papa. Sarebbero stati stravolti gli equilibri del tempo. La Chiesa non lo avrebbe mai permesso.
Così, ogni poeta sostituì l’amore e la ricerca del Dio interiore con l’amore per una donna immaginaria.
Può sembrare strano, ma è proprio Dante a fornirci tutte le indicazioni. È lui a farci sapere che Vita Nuova e Divina Commedia sono strettamente legate tra loro. Tutta la Commedia è un cammino mistico verso Dio che avviene per gradi, in modo iniziatico, partendo dalle tenebre infernali, proseguendo per le rampe speranzose del Purgatorio, fino alla contemplazione divina. E questo viaggio si compie dentro Dante. È una ricerca intimistica che deve fare ogni uomo. In questo cammino, dove niente è casuale, Dante inserisce l’elogio al Dolce Stil Novo. Per lui, la poesia rappresenta il passo che precede l’illuminazione, uno strumento indispensabile per trovare la propria anima.
Una tale concezione avrebbe però comportato, come detto, il superamento della religione cristiana del tempo. La Chiesa sarebbe diventata qualcosa di secondario, di inutile.
Il disegno di Dante probabilmente era già preciso mentre scriveva la Vita Nuova, il vero incipit della Divina Commedia ed è stato lo stesso Dante a dircelo. Nella Vita Nuova scrive che non avrebbe più parlato di Beatrice, della donna nascosta dentro il suo cuore, finché non avesse potuto farlo in modo più degno. E questo lo farà proprio nella Divina Commedia.
Quindi la Beatrice del poema capolavoro di Dante è la stessa della Vita Nuova. Le due opere hanno la solita valenza esoterica.
La Vita Nuova non è solo un poemetto giovanile, dove si parla di un amore sublime, cavalleresco, romantico. Non riguarda l’amore di un bambino di nove anni rivolto a una bimba che indossava un vestitino rosso. Ancora una volta è Dante a dircelo, anzi a scriverlo nella Vita Nuova: “Nove anni dopo la mia nascita… mi apparve per la prima volta la gloria della donna della mia mente, la quale molti chiamarono Beatrice perché non sapevano in che altro modo chiamarla.” Queste parole, se prese alla lettera, non hanno senso, sono incomprensibili. Se Beatrice fosse stata per davvero la figlia di Folco Portinari, un nome lo aveva, e quel nome era Bice, e i molti, di cui parla il testo, l’avrebbero chiamata così. Questa frase acquista invece senso solo se ammettiamo che Beatrice fosse, come ci suggerisce lo stesso Dante, la donna della sua mente, cioè quella scintilla divina imprigionata dentro di lui.
Una scintilla pericolosa per la Chiesa del tempo, una Chiesa che non voleva lasciare autonomia ai fedeli. Quindi il Boccaccio, il primo ad associare Beatrice a Bice, lo ha fatto per proteggere il poema e Dante dall’accusa di eresia.
Il Medioevo non fu un’epoca facile per i liberi pensatori. A quel tempo, la potenza della Chiesa era incommensurabile. Ad esempio, il cardinale Del Poggetto fece bruciare un’opera di Dante, il De Monarchia e, se non gli fosse stato impedito, avrebbe fatto riesumare e bruciare anche le ossa del poeta.
Quindi il Boccaccio ha preso una bambina dell’età di Dante, Bice Portinari, che abitava vicino a lui e per la quale forse Dante aveva a malapena una simpatia. Ha creato una storia d’amore che non avrebbe impensierito la Chiesa, mentre Dante e gli altri autori dello Stil Novo, nel frattempo, potevano continuare la propria ricerca della donna angelo nascosta dentro di loro. Quella ricerca del divino che avrebbe potuto liberare gli uomini da una Chiesa superba, ormai dedita alla cupidigia e alla lussuria e che non si occupava più dell’anima perché impegnata in faccende temporali.
Si possono fare alcuni esempi per sostenere questa ipotesi così ben spiegata da Renzo Manetti e da altri importanti autori prima di lui. Dante scrive nella Vita Nuova:
«Anche se mi piacerebbe trattare ora della sua morte, non è mia intenzione farlo in questa sede per tre ragioni: la prima è che ciò non costituisce oggetto di questo libro; la seconda è che, se anche fosse stato oggetto del libro, le mie parole non sarebbero sufficienti a trattarne come si converrebbe; la terza è che, quando anche le prime due condizioni fossero possibili, sarebbe per me disdicevole trattarne, perché così facendo dovrei lodare me stesso, cosa davvero riprovevole per chi la fa; perciò lascio questo compito ad altri.»
Ecco una disamina sulle parole di Dante riportata da Manetti nella sua ultima opera.
“Il primo motivo per cui Dante ritiene più opportuno il silenzio sta dunque nel fatto che la morte di Beatrice non rientrerebbe nel proposito della Vita Nuova, come lo aveva esposto nel proemio. Ma lì Dante si era proposto di scrivere tutto ciò che ricordava. Dunque il poeta non ricordava niente della morte di Beatrice? Piuttosto strano? In secondo luogo egli, apparentemente correggendosi, spiega che in realtà non è la memoria a difettargli bensì la capacità di trovare parole adeguate a esprimere un avvenimento così elevato. Possibile che un poeta come lui non sapesse comporre versi per lamentare la morte dell’amata?
E in terzo luogo, perché Dante avrebbe dovuto lodarsi per la morte della donna che amava? È assurdo, inconcepibile. La risposta a questo terzo elemento ci viene direttamente da uno degli amici più intimi di Dante, il poeta Cino da Pistoia. Sotto l’allegoria della morte di Beatrice, ci fa sapere Cino, si nasconde l’estasi, l’abbandono definitivo delle facoltà intellettive, unico modo per avere l’illuminazione e conoscere la scintilla divina nascosta dentro di noi. La donna angelo, vista come teologia e contemplazione, a un certo punto deve farsi da parte, deve morire per lasciare campo al misticismo. E Dante dice di non volersi lodare, proprio per non vantarsi di essere riuscito a raggiungere la visione di Dio dentro di sé. Solo così le frasi della Vita Nuova hanno senso, un senso mai compreso pienamente da molti studiosi.”
Fu proprio quando scrisse la Vita Nuova, che Dante incontrò la sua anima che gli spalancò la porta sul divino. Solo dopo essere entrato all’interno della confraternita dei Fedeli d’Amore, iniziò il suo percorso verso l’illuminazione riuscendo a comprendere che l’anima è come un’onda: ognuna è diversa dall’altra, ma tutte insieme formano il mare. Anche ogni anima è distinta dalle altre, ma tutte assieme creano quell’energia che poi chiamiamo Dio. Perciò, trovare la propria anima significa immergersi nel mare del divino e capire il Tutto. Ecco perché Bice Portinari non può essere Beatrice, scrive Renzo Manetti nel suo ultimo libro.
Carducci aveva ben compreso la natura simbolica e ideale della Beatrice di Dante, ovvero non una donna reale ma allegoria di quell’energia spirituale presente in ognuno di noi, che può esse definita “beatrice” perché conduce alla beatitudine, come conferma Dante stesso: «Veramente nessuno può mettere in dubbio che la sapienza renda l’uomo beato.» La Sapienza conduce l’uomo alla beatitudine celeste dunque la Sapienza può essere definita “beatrice”, che è quanto dirà anche il Petrarca per Laura. Nella Vita Nuova Dante spiega che «i nomi seguitano le nominate cose, si come è scritto» cioè i nomi rivelano la natura delle cose.
Tornando al Boccaccio, in un suo testo scrive che ha rimediato ai suoi errori e di aver volutamente ingannato gli ignoranti, riferendosi evidentemente alla sua opera Vita di Dante, nella quale aveva disseminato false verità. Ecco le sue testuali parole:
“Ho imbarcato il volgo ingrato su una galea, senza vettovaglie e senza timoniere, abbandonandolo in un mare che non conosce, benché presuma di esserne un navigatore esperto: per cui mi auguro di vedere questa nave così fragile sollevar la poppa ed affrontare senza lasciargli scampo; ed anche se sapesse nuotare né rimarrà sconvolto e sgomento. E io, guardandolo dall’alto e ridendo, sarò almeno in parte ripagato dell’inganno e dell’offesa che ho subiti; e questa volta, rinfacciandogli la mente ottusa e la mia fama insultata, gli accrescerò il tormento e l’affanno.”
Un’immagine quella della nave, che ricalca l’ammonimento che Dante ha posto all’inizio del secondo Canto del Paradiso:
“O voi che siete in piccioletta barca,
desiderosi d’ascoltar, seguiti
dietro al mio legno che cantando varca,
tornate a riveder li vostri liti:
non vi mettete in pelago, ché forse,
perdendo me, rimarreste smarriti.”

Dopo questa disquisizione credo che anche queste terzine della Divina Commedia siano più chiare. Ringrazio Manetti per aver scritto un’opera interessante ed esaustiva che consiglio di leggere.
La continuità di componimenti simili, che rimandano tutti a un senso accessibile solo agli iniziati, dimostra l’esistenza, se non propriamente di una setta, certamente di una confraternita iniziatica, che Dante chiamò “fedeltà di amore” e Petrarca con un termine analogo: “amorosa schiera”. Petrarca citò fra i membri di questa schiera Guittone, Franceschino degli Albizzi, Senuccio Del Bene, Cino da Pistoia, Guido Cavalcanti e Dante, cioè i più importanti poeti dell’epoca.
A mio avviso c’è ancora molto da indagare su questo tema, speriamo che ci siano altri studiosi interessati a farlo e che i liberi pensatori possano finalmente essere liberi di poter esprimere il proprio pensiero.

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