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La mia storia personale, un’avventura chiamata vita…
… se vuoi essere felice insegui il tuo sogno!

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Prima di parlarvi della mia esperienza personale,dopo Will Smith, Jim Carrey e Steve Jobs (che trovate ora nella sezione “Raggiungi i tuoi sogni”) oggi voglio condividere con voi la storia di Sylvester Stallone. Una storia che potrebbe aiutare molti a fare un’importante scelta nella propria vita e che, anche se dette da un altro, sento come mie.

Da Zero a Leggenda

Questa è una favola a lieto fine. Contiene buoni sentimenti, momenti da lacrima facile ed è un racconto di formazione e riscatto morale. Con una premessa del genere sembrerebbe un classico disneyano o una storia piena di positività di Steven Spieberg e invece no. Non ci sono famiglie allegre, animali parlanti o anime candide, in questo racconto le lacrime si mescolano con il sangue e il sudore, mentre il buonismo va KO a suon di montanti.


Quindi potete star tranquilli, anche se il vostro cuore è più nero e tetro di quelli di Voldemort, Malefix e Agente Smith messi insieme. Perché questa è la storia che ha permesso ad uno degli attori macho per eccellenza di mettere piede ad Hollywood e non uscirne più. Ed è il racconto che ogni persona propensa a rimandare qualsiasi cosa e ad arrendersi facilmente dovrebbe leggere e prenderne spunto. Perché Stallone e il suo Rocky ce l’hanno fatta partendo da zero. Anzi molto meno. Hollywood è da sempre considerata la fabbrica dei sogni. Milioni di attori alle prime armi e ai primi copioni si affacciano a Los Angeles, prontamente baciati e cullati dai raggi del sole californiano. Per molti, quasi tutti, quel tepore e quell’accoglienza rimarranno l’unica cosa positiva e calda di quest’esperienza. Bagnati da una pioggia acida generata da provini inconcludenti e relegati al vagare spaesato tra duri e grigi marciapiedi di Sunset Boulevard. Tra barboni con il cartone di vino in mano e l’odore acre proveniente dal braciere dei sogni infranti, con l’amara presa di coscienza che la gloria ha la stessa consistenza della nebbia. In questo girone infernale in cui la finzione danza beffardamente con la sopravvivenza, arriva Sylvester Stallone. È il 1974, Sly ha 28 anni e una pesante valigia di insuccessi, tra rifiuti per parti che lo avrebbero finalmente lanciato come attore, Il Padrino su tutti, e piccole, quasi invisibili presenze in qualche film. Pagato e trattato come una comparsa, negli anni precedenti viveva a New York e provava ogni giorno a farsi notare da registi e produttori, che proprio non apprezzavano il suo modo di recitare e quell’espressione facciale bizzarra, dovuta ad un nervo reciso durante la nascita.

Pochi dollari in tasca e un appartamento lurido sopra la fermata di una metro, condiviso con i peggiori coinquilini di sempre, gli scarafaggi. L’unica compagnia e fonte del minimo quantitativo di gioia per andare avanti si chiamava Buktus, il suo fidato e inseparabile cane. In questa sporca e piccola dimora Stallone studia come diventare sceneggiatore, si legge centinaia di copioni e inizia un percorso parallelo a quello di attore. Anche qui senza successo, i suoi scritti, firmati Q Moonblood, non vengono apprezzati e spesso nemmeno letti. Le finanze sono in rosso, le scarpe sono bucate e non ci sono soldi nemmeno per fare la spesa e mangiare. È in quel momento che a Sly non rimane altro che fare un gesto estremo per potersi pagare lo stretto necessario per arrivare in vita al termine della giornata: vende Buktus per 40 dollari. È il punto più basso della sua vita ed è lì che inizia a muoversi qualcosa, perché più in fondo di così non poteva andare. Negli anni seguenti le cose vanno leggermente meglio, ma le stelle di Hollywood sono ancora distanti anni luce. Quando, nonostante centinaia di tentativi, non riesci ad ottenere quello che sogni ci sono solamente due alternative: abbandonare o perseverare. La fuga è la via più facile, mollare tutto e fare altro, ma il protagonista di questa favola possiede un vocabolario, in cui manca completamente la pagina contenente il verbo arrendersi.

Da piccolo soffriva di rachitismo e ha passato giornate intere in palestra mentre gli altri se la spassavano, da ragazzo non aveva soldi per studiare recitazione e lavorava per permettersi la facoltà di arte drammatica facendo di tutto, anche l’inserviente allo zoo, spalando letame. Quando si persevera, può capitare che una piccola scintilla si insinui sul proprio percorso e generi quel fuoco capace di illuminare la via smarrita. Per Stallone quel tenue bagliore si è acceso improvvisamente una sera di marzo del 1975, durante la visione dell’incontro di boxe tra il super campione Muhammad Ali e un pugile semisconosciuto, Chuck Wepner. Nessuno avrebbe scommesso un dollaro sul “il sanguinante di Bayonne“, quel pugile dal fisico imponente ma dal pedigree pugilistico sottilissimo. Inizia l’incontro e Alì va subito all’attacco, scaricando di colpi l’avversario. Tra il pubblico subito si rumoreggia e si inizia già a pensare cosa fare da lì a poco, pensando ad un KO fulmineo. Wepner però, tra lo stupore generale, resiste ed incassa senza mai andare in difficoltà. La resistenza del pugile sorprende tutti, Alì compreso, che, spiazzato, continua ad attaccare, inutilmente. Alla nona ripresa addirittura il colpo di scena: Ali colpito dal suo piccolo, ma grande avversario cade e va al tappeto. Si rialza, ma il leitmotiv dell’incontro è lo stesso: Wepner resiste. Lo farà per altre apparentemente interminabili riprese e solo alla quindicesima e ultima cadrà KO. Come un eroe. Nei giorni successivi all’incontro l’immagine di quel boxeur ostinato e caparbio non abbandona i pensieri di Sly. Eccolo, ancora lì sul ring allestito nella sua mente, ma ha nuove sembianze: le sue. Un flusso di idee arriva con la potenza di uno Tsunami e una folgorazione di tale portata merita di essere esternata. Alle sei di una mattina baciata dall’ispirazione Stallone si chiude nella sua piccola abitazione, armato di un blocco di fogli bianchi e una Bic. Inizia a scrivere e non si ferma più. Tre giorni intensi, di cui uno trascorso scrivendo per venti ore senza nessuna interruzione. Un mito della storia del cinema viene magicamente alla luce.

È la storia di un boxeur italoamericano semisconosciuto, emarginato, proveniente dai bassifondi della società americana, che diventa il portavoce di tutti quelli mandati al tappeto dalla vita, ma con un’incrollabile voglia di ribaltare il proprio destino. “Nessuno colpisce duro come la vita”, ma non ci sono ostacoli, umiliazioni in grado di fermare chi resiste e reagisce alle avversità. Perché l’America in fondo è il paese in cui i sogni si realizzano e il self made man esiste e ha un nome: Rocky Balboa.

Il potenziale del copione è enorme e con la scusa di un provino come attore, Stallone inizia a parlare del suo progetto con Irwin Winkler e Robert Chartoff, produttori della United Artists. Lo script e lo stile di Rocky catturano subito l’attenzione dei due producer, che ne rimangono folgorati e vogliono assolutamente realizzare il film. Per quella sceneggiatura magistrale vengono offerti ben trecentosessantamila dollari, una cifra incredibile per uno che sul proprio conto aveva poco più di cento dollari. Chiunque avrebbe accettato, in fondo è una cifra che in quel momento poteva fare incredibilmente comodo e il proprio nome sarebbe stato abbinato ad una splendida favola americana. Gli attori che avrebbero potuto interpretare Rocky erano già stati individuati e la scelta era già circoscritta: Ryan O’Neal, Burt Reynolds o James Caan.

Ma cosa c’è di meglio di un colpo di scena in una favola? Stallone dice no alla proposta dei due produttori, perché vuole a tutti i costi interpretare come attore il suo Rocky. Troppo simili le due storie per non farle combaciare in un’apoteosi della rivincita morale e sociale. I due produttori sono spiazzati, ma sono alle corde e dopo aver visto Happy Days – La Banda dei fiori di pesco, in cui Stallone aveva recitato e per cui era stato pagato con 25 T-shirt (!), accettano e stanziano tre milioni di dollari come budget, poi tagliato di 950 mila dollari. Per Sly fu stabilito il compenso salariale minimo, 350 dollari a settimana.

Bisognava completare il cast, soprattutto intorno al ruolo di Apollo Creed c’erano diverse perplessità, legate alla volontà di scritturare un pugile vero, per rendere le scene sul ring ancor più realistiche. Venne preso seriamente in considerazione Joe Frazier, ex campione dei pesi massimi, ma le cose non andarono propriamente nel verso giusto. Il provino andò in scena direttamente sul ring e Stallone/Rocky dopo pochi secondi perse ai punti, di sutura però. L’opzione boxeur professionista venne subito scartata, visto il divario tecnico con Stallone, che mai sarebbe potuto essere all’altezza, anche dei movimenti, di un rivale con esperienza pluriennale nel pugilato. Venne scelto un altro sportivo, pescato però nel football americano, Carl Weathers.

L’urlo iconico “Adriana“, così sofferto e straziante, potrebbe essere legato anche all’estenuante ricerca dell’attrice che la impersonasse. Una vera e propria Odissea, che coinvolse decine di attrici, tutte con esito negativo: inizialmente fu scelta Susan Sarandon, ma fu subito scartata perché ritenuta troppo sensuale dai produttori. Poi furono opzionate Cher e Bette Midler, ma l’accordo non fu mai trovato; Carrie Snodgrass arrivò ad un passo dall’essere scritturata, ma il suo agente fece delle richieste giudicate troppo esose dalla produzione. Quando mancavano pochi giorni dalle riprese e il malumore per il cast incompleto aleggiava sul set, ecco presentarsi al provino Talia Shire. Citando Mulholland Drive: “È lei la ragazza“. Visti i tempi ristretti e il budget ridotto all’osso, Stallone inserì molti conoscenti e parenti per interpretare ruoli minori: il padre Frank era il cronometrista del combattimento con Creed, suo fratello Frank Jr un musicista di strada. Perché Rocky era in tutto e per tutto una creatura di Sly, un’estensione del suo io e della sua storia. Dopo appena 28 giorni di riprese il film fu pronto e il finale di questa storia lo conoscete tutti. Uno dei migliori happy ending della storia del cinema. Qualcuno potrebbe obiettare: però Buktus è stato venduto per una manciata di dollari e Stallone non è stato più accanto al suo unico amico dei momenti bui. Obiezione pertinente, ma questo è un finale lieto al 100% e non c’è spazio per sfumature negative. Infatti, poco dopo aver stretto l’accordo con i produttori e aver ricevuto i primi compensi, Stallone compie un gesto immediato e istintivo, prima di ogni spesa superflua. Corre dall’uomo che aveva comprato il cane per 40 dollari e lo ricompra, per ben quindicimila dollari. E il cane che vediamo in Rocky è proprio Buktus. 

La prossima settimana condividerò con voi un’altra storia di sogni e successo… seguitemi

Molti possono essere i fattori che consentono a una persona di diventare pittore, cantante, scrittore… per me sono stati soprattutto tre e voglio condividerli con voi. Il primo nasce dalla curiosità che mi ha contraddistinto fin da piccolo e si materializza nell’immagine di un bambino che legge un fumetto: Martin Mystère – Il detective dell’impossibile.

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Il secondo è stato nel 2014 con la mia malattia: 82 visite in un anno e 3 operazioni in 4 mesi. Un momento cruciale della mia vita, tutto dipendeva da me: crollare o rinascere. E se sono qui e vi sto scrivendo è perché ho avuto la forza di rinascere. Di questi due elementi però vi parlerò in futuro. In queste prime righe voglio raccontarvi da cosa è scaturita quella scintilla che mi ha permesso di essere uno scrittore, una scintilla racchiusa nel titolo di un libro: L’uomo Mosè e la religione monoteistica.

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Vi racconto questo incontro che ha cambiato la mia vita.
Era il 2013 e, come accadeva spesso, anche quel giorno sono entrato in una libreria. Ero a Lido di Camaiore per trascorrere le ferie estive e, non avendo nulla da leggere, sono entrato con la convinzione che sarei uscito con almeno un libro in mano.
Dopo aver scelto due romanzi dei quali non ricordo neanche il titolo, continuai a girovagare tra gli scaffali, mi è sempre piaciuto posare lo sguardo sulla copertina dei libri e annusare il loro profumo che sa di carta e inchiostro.
Di solito mi soffermavo nel reparto di testi storici o narrativa. Non so il perché, ma quel giorno mi ritrovai nella sezione dedicata ai libri di psicologia e filosofia. A un certo punto il mio sguardo è stato attirato da uno strano binomio: Freud e Mosè.
La cosa mi incuriosì, presi in mano il libro, lessi la quarta di copertina e, senza pensarci troppo, lo acquistai.
Lo terminai quella stessa notte. Il suo contenuto mi aveva sorpreso, dava una lettura completamente diversa dell’Esodo biblico. Un rendiconto particolareggiato, scritto da una delle mente più capaci e geniali del XX secolo.
Nel testo, Freud esamina gli indizi che fanno di Mosè un profeta egizio, storia che poi avrei raccontato nel mio primo romanzo: Exodus – Il segreto di Mosè.

Il suo testo è particolare e Freud, a un certo punto della sua vita, aveva anche pensato di non pubblicarlo, in quanto i suoi studi avrebbero privato gli ebrei del loro eroe nazionale. Scrivere che Mosè era egizio non deve essere stato facile anche perché, in quegli anni, gli ebrei erano perseguitati dai nazisti. Questo fece più volte ritardare l’uscita del testo che infatti sarà pubblicato solo nel 1939, dopo la sua morte.
Si può leggere la sofferenza provata da Freud già dalle prime righe:
Non è impresa né gradevole né facile privare un popolo dell’uomo che esso celebra come il più grande dei suoi figli: tanto più quando si appartiene a questo popolo.
Non intendo parlare qui degli elementi che riguardano l’indagine storica svolta da Freud, che esamino approfonditamente nel mio Exodus – Il segreto di Mosè, bensì voglio condividere con voi la passione e la sete di conoscenza che questo testo mi ha provocato. Una passione che, con il trascorrere degli anni, si era affievolita a causa degli avvenimenti quotidiani: il lavoro, la routine, lo stress, la mancanza di tempo, la mancanza di stimoli dovuta a una società che ti fagocita.
Questo libro ha avuto il merito di fare uscire dal guscio la mia vera essenza, mi ha fatto comprendere chi fossi per davvero, cosa che incredibilmente avevo dimenticato.
Da tempo infatti non acquistavo più neanche il mio amato fumetto, il Detective dell’impossibile, mi ero adeguato e appiattito a causa della mancanza di stimoli. Stavo involvendo e il libro di Freud mi ha dato l’input per ripartire. Quel libro è stato un colpo di fulmine e non solo nel senso figurato della parola, ma anche come scarica di energia che mi ha pervaso corpo e mente, ormai intorpiditi da una società frenetica che ci soffoca e ci opprime. Non fate l’errore di arrendervi a una vita che non vi appartiene, scoprite chi siete e inseguite il vostro sogno.
Dobbiamo riprendere in mano il nostro tempo, vale molto più del denaro, più di ogni altra cosa. Ricordiamoci che non si può tornare indietro e nessuno ci restituirà mai quello passato.

Grazie a quel libro quindi ho capito chi fossi per davvero e così ho rimesso in moto il mio cervello, il mio cuore, la mia vita.
Decisi di romanzare il testo di Freud e, nel mentre, avrei cercato altri argomenti stuzzicanti e poco conosciuti che sarebbero stati alla base dei miei futuri romanzi.
Volevo che, oltre a me, anche le altre persone potessero conoscere nuove ipotesi plausibili diverse da quelle ufficiali, in modo che ognuno potesse avere un’alternativa nella scelta.
Ho iniziato a domandarmi: quante persone conoscono la storia di un Mosè egizio? Queste diverse ipotesi, valgono solo per Mosè o anche altri personaggi hanno una storia alternativa?
Fu proprio durante quella ricerca che mi venne l’idea di indagare sulla figura misteriosa di Adamo, idea dalla quale sarebbe poi nato Figli delle stelle – Le origini.

Tante domande erano tornate a frullarmi in testa, era il segno che i meccanismi arrugginiti della mia mente stavano iniziando a rimettersi in moto.
Grazie a Freud e Mosè ho ritrovato la voglia di indagare e ho deciso di inseguire il mio sogno fino in fondo… scrivere romanzi.
Ora vi saluto, torno a correre sul mio tapis-roulant.

Ad Astra

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